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sabato 8 ottobre 2016

Coleoptile e cambiamenti climatici (Strampelli colpisce ancora!)


di Sergio Salvi

I cambiamenti climatici associati all’aumento della temperatura e alla diffusione della siccità rendono necessario disporre di varietà di frumento che possano essere seminate più in profondità. Purché le piante neonate riescano a sbucare fuori dal terreno. 
Questo, in sintesi, è il problema sollevato a livello globale in relazione all’uso di varietà di frumento rese semi-nane grazie ai geni Rht-B1b e Rht-D1b, introdotti per la prima volta da Norman Borlaug nelle sue celebri High Yielding Varieties, grazie alle quali nacque la cosiddetta Rivoluzione verde. Il nanismo di queste varietà è intimamente correlato al possesso di un breve coleoptile (la guaina avvolgente la gemma dell’embrione che perfora il terreno durante la germinazione). Se il seme è posto nel terreno troppo in profondità, la plantula non arriva in superficie e muore. Per le semine a maggiore profondità è dunque necessario che il coleoptile sia più lungo; questo è quanto si manifesta nelle varietà dotate di geni determinanti una condizione di semi-nanismo meno pronunciata rispetto a quelle derivate dalle HYV di Borlaug.

Nelle ultime settimane è rimbalzata nel web la notizia diramata dal DAFWA (Department of Agriculture and Food in Western Australia) e relativa alla sperimentazione di nuove varietà di frumento messe a punto dal CSIRO (Commonwealth Scientific and Industrial Research Organisation, ossia l’agenzia federale australiana per la ricerca scientifica). Si tratta di varietà dotate di un nanismo meno spinto e, di conseguenza, con un coleoptile più lungo, il che le rende più adatte alla semina profonda. Il gene proposto come la soluzione del problema - particolarmente sentito in Australia, dove il frumento è spesso coltivato in ambiente caldo-arido e richiede quindi semine più profonde - è una nostra vecchia conoscenza: Rht8.

Proprio lui: il gene di Strampelli. E ti pareva!

Ricordiamo che Rht8 (più precisamente il suo allele Rht8c) deriva dalla varietà giapponese “Akakomugi” che Strampelli utilizzò nel 1913 in uno storico incrocio con due linee, la “aristata 21” e la “mutica 67”, ottenute a loro volta dall’incrocio tra la varietà olandese “Whilelmina” e la varietà locale italiana “Rieti”. Ne derivarono alcune decine di nuove varietà - più basse rispetto ai “grani antichi” oggi tanto osannati - tra cui le celebri “Ardito” e “Mentana”. Quest’ultima fu largamente impiegata da Borlaug nel suo programma di miglioramento genetico attuato in Messico a partire dal secondo dopoguerra. Essa, però, era priva dell’allele semi-nanizzante Rht8c (posseduto invece da “Ardito”) e Borlaug, per ridurre l’altezza delle sue future HYV, dovette ricorrere ad un’altra varietà, la famosa “Norin 10”, depositaria proprio di quei geni Rht-B1b e Rht-D1b oggi riconosciuti come non idonei per le semine a maggior profondità.
La raccomandazione che ora giunge dall’Australia sa un po’ di scoperta dell’acqua calda, ma evidentemente i seguaci del “più nano è, meglio è” hanno dovuto fare i conti con la realtà dei cambiamenti climatici per convincersi ad adottare piante dalle caratteristiche meno drastiche di quelle finora coltivate.
La differenza tra le due tipologie di geni (Rht-B1b e Rht-D1b contro Rht8) non è da poco: con i primi due, la lunghezza che può raggiungere il coleoptile varia dai 50 agli 80 millimetri, il che impone di effettuare la semina non oltre gli 8 cm di profondità. Con Rht8, invece, si può arrivare senza troppi problemi anche a 12 cm e oltre.

Per approfondire suggerisco di visitare i seguenti siti (anche se Strampelli non è minimamente citato):
quiqui.

 

Sergio Salvi
Laureato in Scienze Biologiche presso l’Università di Camerino, nel corso della sua attività di ricercatore si è occupato di genetica lavorando presso Enti di ricerca pubblici e privati. Attualmente svolge attività di ricerca e divulgazione storico-scientifica su tematiche riguardanti il settore agroalimentare e la genetica agraria in particolare (biografia storico-scientifica di Nazareno Strampelli, origine ed evoluzione delle varietà tradizionali di frumento e del concetto di prodotto tipico, recupero di varietà agrarie d’interesse storico).È socio corrispondente della Deputazione di Storia Patria per le Marche
.

1 commento:

  1. Sergio

    Nel 1968 (anno del mio secondo stage presso la Florimond Desprez) ho portato in Francia una collezione di varietà italiane, tutte quelle coltivate di allora e quelle di Strampelli che ho ottenuto dalla stazione di cerealicoltura di Roma. Ho portato su una 30 di accezioni varietali di grano tenero, che diciamolo francamente erano tutte frutto del germoplasma di Strampelli e una decina di grano duro datami da Cirillo Maliani (che al tempo era il capo servizio sementi della Federconsorzi).
    Nel 1970, anno in cui ho iniziato il lavoro di collaborazione e rappresentanza abbiamo fatto il punto di quel catalogo varietale italiano e come prevedevo ben poca cosa era utilizzabile per la granicoltura a Nord della Loira, erano troppo precoci. Comunque per quanto riguarda il grano tenero il genetista mi disse che era convintissimo che con un germoplasma di frumento tenero del genere era possibile fare progressi enormi per i climi italiani. Ebbene ora sappiamo che praticamente non abbiamo tirato fuori un ragno dal buco.

    Per quanto riguarda il grano duro invece non era entusiasta del germoplasma ed ancora una volta aveva visto giusto perchè una delle palle al piede della nostra granicoltura dura è proprio la stagnazione varietale.

    Quel genetista era stato il costitutore della varietà Cappelle e aveva posto le basi per creare il materiale che per far costituire nel 1988 la varietà Soissons (questo è ancora coltivato). La riuscita di queste due varietà è dovuta alla loro rusticità ed adattabilità ambientale, altroché l'accozzaglia di popolazioni antiche che si vorrebbe far seminare agli agricoltori oggi!!!!!

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