Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...

lunedì 30 gennaio 2017

A me gli occhi…! E l’intestino non è più irritabile.

di Sergio Salvi


In un recente post ( Nel “ginepraio” dell’intolleranza al glutine non c’è posto per i “grani antichi ) ho affrontato la questione dei rapporti tra glutine e carboidrati fermentabili (FODMAP, Fermentable Oligosaccharides, Disaccharides, Monosaccharides And Polyols) nell’insorgenza delle cosiddetta intolleranza al glutine (NCGS, Non Celiac Gluten Sensitivity), la quale, come abbiamo già detto, andrebbe più correttamente indicata con l’acronimo NCWS (Non Celiac Wheat Sensitivity).
Un volume recentemente acquistato in libreria e l’individuazione di un articolo pubblicato l’anno scorso sulla rivista Alimentary Pharmacology and Therapeutics (AP&T) mi hanno indotto a tornare sull’argomento FODMAP, però questa volta spostando l’attenzione sulla sindrome dell’intestino irritabile (IBS, Irritable Bowel Disease), una condizione che colpisce dal 5 al 12 per cento della popolazione occidentale e presenta vari sintomi in comune con la suddetta intolleranza (dolore addominale, gonfiore del ventre, ventosità, diarrea, nausea).
Nel 2005 fu avanzata l’ipotesi secondo la quale tra le cause scatenanti del morbo di Chron, una forma d’infiammazione cronica dell’intestino, vi fossero i FODMAP, carboidrati fermentabili contenuti in numerosi alimenti di origine vegetale la cui scarsa digeribilità poteva spiegare, data la loro eccessiva persistenza nell’intestino, il fenomeno dell’aumentata permeabilità della parete intestinale, che è tra i fattori predisponenti l’insorgenza della malattia. L’ipotesi, estesa successivamente alla sindrome dell’intestino irritabile e ad altri disturbi del tratto digerente, assegnava ai FODMAP il ruolo di substrato metabolizzabile da parte dei batteri enterici, capace di determinare uno sbilanciamento nella composizione della microflora intestinale con conseguente insorgenza di sintomi quali pancia gonfia, dolore addominale e diarrea frequente.
L’ipotesi sul ruolo giocato dai carboidrati fermentabili nell’eziologia di questo genere di disturbi ha trovato in seguito numerose conferme, al punto che oggi la dieta low-FODMAP è diventata la terapia d’elezione per i pazienti affetti da IBS, che ne traggono un giovamento dei sintomi nel 70 per cento dei casi trattati.
Tuttavia, già molto tempo prima che si iniziasse a studiare la possibilità di curare la IBS riducendo l’apporto di FODMAP con la dieta, era stato proposto un approccio terapeutico del tutto sui generis per il trattamento delle forme più ostinate di questo disturbo e che si era dimostrato promettente fin dalle prime applicazioni: si trattava della cosiddetta gut-directed hypnotherapy (ipnoterapia diretta all’intestino). Il primo studio del genere fu pubblicato in Brasile nel 1963, mentre il primo trial clinico è datato al 1984. Per quanto possa apparire bizzarra, la tecnica dell’ipnosi è stata sperimentata con successo partendo dal presupposto che spesso i pazienti con IBS lamentano stress, ansia e depressione, tutti sintomi che afferiscono alla sfera della psiche e che, in linea di principio, oltre ad essere sospettati di costituire la causa dei disturbi, potevano essere affrontati mediante il ricorso alle tecniche di rilassamento, ipnosi inclusa.
La particolarità della ricerca pubblicata lo scorso settembre su Alimentary Pharmacology and Therapeutics è data dal fatto che si tratta del primo studio che ha inteso valutare l’efficacia dell’approccio terapeutico basato sull’ipnosi ponendolo a confronto con un metodo già dimostratosi efficace, ossia proprio la dieta low-FODMAP, piuttosto che con un approccio “di controllo” caratterizzato dall’assenza di terapia.
I pazienti reclutati nello studio pubblicato su AP&T sono stati distribuiti in maniera randomizzata in tre gruppi: il primo gruppo è stato sottoposto a dieta low-FODMAP, il secondo a gut-directed hypnotherapy e il terzo ad entrambi i trattamenti. Il tutto per la durata di sei settimane, dopodiché un follow-up è stato effettuato a distanza di sei mesi al fine di valutare l’entità della persistenza dei miglioramenti conseguiti. L’aspetto che più colpisce di questo studio è che il gruppo che non escludeva i FODMAP dalla propria dieta, ma che era stato sottoposto a terapia ipnotica, ha presentato un’entità della riduzione dei sintomi e una stabilità nel mantenimento dei benefici ricevuti del tutto comparabili a quanto osservato nel gruppo nutrito con la dieta low-FODMAP, manifestando, rispetto a quest’ultimo, anche un significativo miglioramento degli indici psicologici, quali ansia e depressione. Invece, a differenza di quanto i ricercatori si aspettavano di osservare, il gruppo che ha beneficiato simultaneamente dei due trattamenti non ha presentato l’effetto cumulativo dovuto alla sovrapposizione delle due pratiche terapeutiche, mostrando anzi una tendenziale riduzione (sebbene ritenuta statisticamente non significativa) della persistenza del beneficio ottenuto a distanza di sei mesi dal trattamento. L’efficacia di un metodo terapeutico basato sull’ipnosi, risultata essere del tutto analoga a quella manifestata dal metodo basato sulla dieta povera di FODMAP, lascia ipotizzare che il meccanismo d’azione principale debba interessare un bersaglio fisiologico comune, raggiungibile sia attraverso il sistema nervoso centrale sia attraverso l’intestino e che si traduce, in entrambi i casi, in un miglioramento dei sintomi.
In conclusione dello studio, i ricercatori suggeriscono di adottare l’approccio basato sull’ipnosi come possibile terapia primaria dei pazienti con IBS in quanto, rispetto alla pur efficace dieta low-FODMAP, esso non presenta alcuni effetti collaterali del lungo termine caratteristici di quest’ultima, come l’apporto deficitario di calcio, le alterazioni nella composizione del microbioma intestinale e la possibile insorgenza di ortoressia nervosa, ovvero l’attenzione ossessiva ed abnorme alle regole alimentari, alla scelta del cibo e alle sue caratteristiche. Proposta quale nuovo disturbo alimentare da alcuni medici e psichiatri, l’ortoressia nervosa non è stata ancora inclusa nel DSM-V (il principale manuale di diagnostica dei disturbi mentali), ma probabilmente è solo questione di tempo.



Bibliografia
Cuneo C., La dieta FODMAP, Sperling & Kupfer, 2017.
Dias M.M., «Hypnosis and irritable colon», Revista Brasileira de Medicina, 1963, vol. 20, pp. 132-134.
Gibson P.R., Shepherd S.J., «Personal view: food for thought--western lifestyle and susceptibility to Crohn's disease. The FODMAP hypothesis», Alimentary Pharmacology and Therapeutics, 2005, vol. 21, pp. 1399-1409.
Peters S.L., Yao C.K., Philpott H., Yelland G.W., Muir J.G., Gibson P.R., «Randomised clinical trial: the efficacy of gut-directed hypnotherapy is similar to that of the low FODMAP diet for the treatment of irritable bowel syndrome», Alimentary Pharmacology and Therapeutics, 2016, vol. 44, pp. 447-459.
Whorwell P.J., Prior A., Faragher E.B., «Controlled trial of hypnotherapy in the treatment of severe refractory irritable-bowel syndrome», Lancet, 1984, vol. 2, pp. 1232-1234.




Sergio Salvi
Laureato in Scienze Biologiche presso l’Università degli Studi di Camerino, nel corso della sua attività di ricercatore si è occupato di genetica batterica, genetica medica, OGM, genetica agraria e vegetale, lavorando presso Enti di ricerca pubblici e privati. Attualmente si dedica alla ricerca e alla divulgazione storico-scientifica su tematiche riguardanti il settore agroalimentare. È Socio corrispondente della Deputazione di Storia Patria per le Marche.

Nessun commento:

Posta un commento