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giovedì 2 novembre 2017

Oggi il Glyphosate, domani i neonics: imbroglio chiama imbroglio

di Alberto Guidorzi e Luigi Mariani

 

Campagna contro il glyphosate.

Verso l’epilogo dell’imbroglio del glyphosate

L‘annosa vicenda del Glyphosate si avvia alla conclusione. Infatti, il solo parere dello IARC (International Agency for Research on Cancer), benché ritenuto inattendibile da tutti gli altri istituti mondiali che hanno valutato la cancerogenicità del glyphosate e non scevro da interrogativi di non terzietà, è stato sufficiente ad impedire fino ad ora la riomologazione dell’erbicida. In altri termini le autorità europee hanno chiesto pareri scientifici di conferma o meno circa l’avviso delo IARC ad organismi a ciò demandati, ma dato che questi pareri non li hanno supportati nell’accrescere i dubbi, sembrano propensi a dar credito alle paure inconsulte di una opinione pubblica cronicamente disinformata.
Dunque per i fautori del “daglial glyphosate” (Coldiretti in primis che lo vede come un mezzo per adottare ridicole politiche neo-autarchiche) l’imbroglio mediatico è pienamente riuscito e attendiamo la decisione delle autorità europee, rinviato al 6 novembre 2017 dopo che era stato constatato l’assenza del sostegno sufficiente per approvare la proposta della Commissione europea. Ago della bilancia sarà la Germania che, per problemi legati alla formazione del nuovo governo Merkel in cui i verdi avranno un ruolo essenziale, potrebbe schierarsi a favore del bando dell’erbicida.

Un imbroglio analogo per i neonicotinoidi

Nella stessa posizione del glyphosate si trova ora una categoria di insetticidi della classe dei neonicotinoidi (che di seguito chiameremo “neonics”) incolpati di uccidere le api e altri insetti pronubi. Infatti, in Europa tre neonics sono già sospesi e a fine anno si deve decidere la non riomologazione. La querelle dura ormai da molto tempo ed è partita da un fenomeno molto strano, il cosiddetto CCD (colony collapse disorder) che ebbe il suo culmine nel 2006 allorché si giunse a profetizzare l’estinzione delle api. A distanza di 10 anni però nessun fenomeno di collasso degli alveari ha avuto luogo e anzi in tutte le parti del mondo il numero di colonie di api o è aumentato o è ritornato ai numeri ante-CCD. La scienza nel frattempo ha approfondito la propria indagine evidenziando che le malattie delle api sono le più importanti cause di moria mentre le numerose altre cause incidono in modo minore e i neronics ancora meno. La conclusione riconosciuta da tutti gli esperti è che nei casi di CCD studiati occorre prendere in considerazione una serie numerosa di concause.

Gli ambientalisti si impossessano dell’argomento api

Non poteva mancare che dell’argomento api - che tanto fa presa sull’opinione pubblica perché indebitamente assurte a simbolo di naturalità quando in realtà si tratta di animali domestici dal oltre 5000 e dunque profondamente modificati dall’uomo - si impossessassero i movimenti ambientalisti i quali in modo del tutto demagogico hanno additato come unica causa di CCD i sistemi di protezione chimica dei raccolti messi in atto dalla moderna agricoltura. La realtà è che nel passato, molto più di adesso, sono stati usati prodotti assai tossici per l’uomo e molto nocivi per gli insetti non bersaglio anche in virtù di improvvide tecniche di distribuzione. Di questa situazione non proseguibile nel tempo se ne sono fatti carico agronomi avveduti e gli stessi produttori di antiparassitari, per cui oggi assistiamo all’abbandono di molti di questi fitofarmaci, sostituiti da altri il cui impatto sugli insetti non bersaglio è molto minore e la cui nocività per l’uomo alle dosi consigliate è praticamente nulla.
Il progresso ha così portato all’imporsi di due categorie di insetticidi: i piretroidi ed i neonicotinoidi, che in sostanza hanno copiato le molecole di due insetticidi naturali come il piretro e la nicotina. Gli ambientalisti radicali e le lobby del biologico hanno capito subito che i neonics ben si prestavano per un attacco all’agricoltura produttiva funzionale alla loro strategia di presa del potere. Al contrario i piretroidi non dovevano essere attaccati in quanto in agricoltura biologica si usano le piretrine naturali e quindi non si poteva demonizzare le molecole di sintesi visto che l’uso di formulati naturali pressoché identici era per il produttore biologico l’unico strumento valido per un’agricoltura a torto presentata come più rispettosa dell’ambiente. I neonics poi erano stati adottati per la concia dei semi deposti nel terreno alla semina, e qui si deve ricordare che il numero di semi è solo leggermente superiore al numero di piante che si vogliono portare a raccolto il che implica che, a scanso di indesiderati cali produttivi, la salvaguardia si debba esplicare fin dal momento della germinazione. Gli studi usati per la strategia della demonizzazione dei neonics furono due, il primo pubblicato nel 2012 (qui) e l’altro nel 2014 (qui). A seguito di tali pubblicazioni i social divulgarono all’opinione pubblica la notizia secondo cui Il nuovo studio di Harvard dimostrerebbe in modo incontrovertibile la causa delle morie delle api. Eppure tali lavori dal punto di vista metodologico erano criticabilissimi in quanto prendevano in considerazione solo 18 alveari le cui api erano state alimentate con dello sciroppo di mais contenente o l’uno o l’altro dei due neonics (imidacloprid e clothianidin) per 13 settimane. Le risultanze furono queste: sei colonie su 12 trattate con neonics avevano mostrato molte perdite all’uscita dell’inverno, ma anche una delle sei di controllo (non trattate) era collassata. Si deve dire che l’autore Chensheng (Alex) Lu non è mai stato un entomologo e pertanto il suo lavoro una volta esaminato da specialisti di apicoltura fu stroncato da numerose critiche qui di seguito elencate:
  1. aveva generalizzato un fenomeno osservato esaminando solo 18 alveari;
  2. aveva sperimentato solo in laboratorio alimentando artificialmente le api con quantità di neonics esagerate rispetto alle condizioni reali (molti hanno fatto notare che l’alimentazione forzata conteneva dosi di neonics di 135 parti per miliardo che sono grossomodo 100 volte superiori a quelle che in realtà le api potevano ingerire bottinando su coltivazioni derivate da seme conciato, che ha contenuti in neonics di 1-3 parti per miliardo);
  3. con dosi così elevate le api non avrebbero potuto teoricamente sopravvivere solo per pochi giorni, il che non è avvenuto;
  4. per mascherare il problema di cui al punto precedente, l’autore avrebbe artatamente procrastinato il conteggio del numero delle api solo all’uscita dell’inverno;
  5.  il disegno sperimentale e l'analisi statistica non erano affidabili, secondo quanto affermato dall'entomologo dell'università dell'Illinois May Berenbaum.
Circa la critica di cui il punto 2 si deve considerare che nel corso della crescita le pianta di mais, girasole e colza ottenute da seme conciato diluiscono progressivamente le quantità di neonics per cui all’epoca della fioritura, cioè quando le api bottinano i loro fiori, le concentrazioni di neonics sono di gran lunga più ridotti rispetto a quelli presenti nel seme. Vi è anche da dire che lo studio di Chensheng (Alex) Lu era stato rifiutato da “Nature” per cui è stato pubblicato sulla rivista italiana “Bulletin of insectology” e l’unico link trovato per questa rivista è questo: (qui). Vi sono stati anche due studi effettuati in Francia dall’INRA. Nel primo l’alimentazione era artificiale e si verificava poi se le api rientravano effettivamente nell’alveare mentre nel secondo le api erano lasciate libere di alimentarsi su coltivazioni con seme conciato e non. Ebbene, il secondo esperimento ha smentito i risultati del primo, dimostrando che l’esposizione delle api ai neonics presenti nei fiori di piante i cui semi erano conciati con neonics non ha alcun effetto sulla produzione di miele (qui).
Pertanto la sospensione, decretata dalla Commissione UE, che è in atto dalla primavera 2013 in tutta Europa (l’Italia autonomamente aveva preceduto la decisione UE) ha avuto un impulso enorme proprio da questi studi largamente mediatizzati, ma di dubbia validità scientifica.

I neonicotinoidi e i bombi

Poichè la sospensione imposta nel 2013 sta per scadere si pone la questione della riomologazione o meno dei neonics in agricoltura da parte della Commissione UE e ciò spinge gli ambientalisti e rilanciare l’allarme per condizionare di nuovo l’opinione pubblica. Provvidenziale al riguardo si è rivelata l’uscita nel settembre 2017 di un nuovo lavoro subito mediatizzato (che chiameremo G. Baron) e che diceva che i bombi (Bombus terrestris) morivano per colpa dei neonics (qui) mentre assai meno mediatizzato è stato un altro, peraltro apparso sullo stesso numero di Nature, che smentiva il primo e che chiameremo D. Stanley, (qui). Per inciso i bombi sono imenotteri apoidei la cui attività di pronubi è importante per la fecondazione di molte specie entomofile (ad esempio il trifoglio).
Si noti che i due lavori oltre a essere stati pubblicati contemporaneamente da Nature, hanno un autore in comune (l'entomologo Nigel Raine dell'Università di Guelph in Ontario) e presentano un approccio diverso, nel senso che il primo esamina la regina prima del momento della deposizione, mentre il secondo esamina tutta la colonia matura.
Potreste chiedervi: “perché non si sono studiate di nuovo le api?” La risposta è semplice: se 10 anni prima si era detto che sarebbero sparite le api, mentre oggi verifichiamo che le api sono aumentate di numero, come si può pensare di essere credibili nel portare avanti esperimenti sul rapporto api e neonics, quando in tale lasso di tempo l’uso di questi è aumentato enormemente? Anche un bambino capirebbe che se i neonics fanno morire le api e l’uso di questi insetticidi aumenta a dismisura si dovrebbe constatare una falcidia nelle api domestiche, cosa però non avvenuta.

1° studio (G.Baron)

Lo studio è stato condotto in Inghilterra e le regine fecondate di B terrestris sono state poste ad alimentazione artificiale con sciroppo contenente 2,4 parti per miliardo (ppb) di Thiamethoxan definendo la quantità “realistiche e conformi alle condizioni naturali”. Si è osservata una diminuzione del 26% nelle regine che depongono uova dopo la diapausa invernale e un ritardo nella data d’inizio delle nuove colonie, dal che si è dedotto che l’insetticida aumenta la probabilità di estinzione delle popolazioni di bombi. La lettura dei risultati tuttavia non permetterebbe di trarre le conclusioni sopraddette in quanto per la metà a 2/3 del tempo di deposizione le regine di bombus “avvelenate” deponevano più uova che non il testimone non avvelenato e solo dopo questo tempo le cose si invertivano. Gli specialisti ci dicono che la spiegazione sta nel fenomeno per cui dosi basse di pesticidi inducono modifiche di comportamento quali ad esempio l’intensificazione della deposizione.
Le dosi di 2,4 ppb dell’insetticida sono poi tutt’altro che realistiche: infatti uno studio sul campo fatto in Inghilterra dall’agenzia britannica di ricerca sull’alimentazione e l’ambiente ha indicato 2,4 ppb come valore massimo reperibile in un ambiente mentre in altri due ambienti in prova si sono riscontrate 0,885 ppb e zero ppb. Inoltre, ammesso che anche le 2,4 ppb siano dosi realistiche, non è sicuramente realistico obbligare i bombi ad alimentarsi per 14 e 27 giorni con una tale quantità di pesticida, in quanto se in questo periodo si fossero alimentate liberamente le quantità di insetticida sarebbe stata nettamente inferiore per la semplice ragione che i bombi sarebbero andati a bottinare anche su piante che non contenevano il neonics.
L’aver mediatizzato in modo abnorme un lavoro che mostra varie pecche ha diffuso nell’opinione pubblica un messaggio del tutto negativo nei confronti dell’agricoltura produttiva in onore al vecchio adagio secondo cui “calunnia, calunnia, qualche cosa resterà”.

2° Studio (D. Stanley)

Anche in questo caso si sono analizzati gli effetti dell’alimentazione artificiale utilizzando dosi di neonics negli sciroppi pari rispettivamente a 2,4 e 10 ppb di Thiamethoxan e per una durata che arrivava fino a 27 gg, con conclusioni diametralmente opposte rispetto a quelle dello studio precedente: «non abbiamo trovato nessun impatto con l’esposizione all’insetticida sul guadagno in peso della colonia o il numero e la massa degli individui sessuati, benché le colonie esposte alla dose di 2,4 ppb abbiano prodotto dei maschi più grandi»

CONCLUSIONI

Insetticidi, fungicidi, acaricidi, ecc. rientrano nella categoria dei fitofarmaci e cioè dei “farmaci per le piante”. Già nel nome, farmaco porta con sé il concetto di “veleno”, il che ci rinvia al fatto che fondamentale è la questione delle dosi impiegate che devono renderlo efficace contro in nemici delle colture non esponendo al contempo a rischi gli operatori e gli insetti pronubi. Ciò detto non si può non rimarcare che per le sospensioni applicate in Europa ai neonics si dette credito agli studi di Chensheng (Alex) Lu, mediatizzandoli in modo esasperato allo scopo di influenzare l’opinione pubblica. Al contempo si trascurarono i risultati di altri studi che delineavano il fenomeno come qualcosa di assai più variegato come questi due studi: (qui) e (qui).
Inoltre non si considerò il parere di altri specialisti del settore come Angela Grandish (qui), la quale a proposito degli esperimenti di laboratorio con sciroppi con aggiunta di neonics li definisce “irrealistici” rispetto alla condizioni reali di pieno campo, affermando in particolare che: « nel mondo reale gli insetti pronubi non si nutrono permanentemente di polline e nettare di una sola specie di piante e per la durata di settimane, per cui non sono esposti alle concentrazioni presenti in tale specie. Vari studi poi mostrano che il 95% delle piante coltivate provenienti da sementi conciate con neonics non presentano più alcuna traccia di neonics quando sono in fioritura. E’ necessario quindi che i risultati di laboratorio vengano interpretati in base a quanto accade nel mondo reale e non presi alla lettera”.
Questo per il passato. Per il presente si adotta la stessa strategia ingannatrice verso l’opinione pubblica in quanto si dà pubblicità oltre misura allo studio che colpevolizza i neonics (G.Baron) facendo al contempo passare sotto silenzio lo studio che li scagiona (D. Stanley). Questo è il sistema vigente imposto dalle lobby ambientaliste di cui l’opinione pubblica è per svariate ragioni succube.
Insomma si stanno proibendo due prodotti (glyphosate e neonics), rendendo impossibili pratiche agricole che rispetto al passato impattano assai meno l’ambiente e salvaguardano maggiormente la salute umana. Una è l’agricoltura conservativa che tra l’altro è oggetto di contributi pubblici specifici e che con l’abolizione dell’uso del gliphosate viene in gran parte vanificata.
L’altra è la semina in posto di un numero di piante solo leggermente superiore alle esigenze produttive, ma conciate con i neonics come ad esempio la bietola da zucchero dove si seminano 130.000 semi/ha conciati per raccogliere 100.000 radici/ha. La stessa cosa dicasi per il mais, per i cereali a paglia dove si seminano 6-8 per il primo e 300/400 semi/mq per i secondi ed in funzione delle caratteristiche varietali. Il colza poi è la pianta che ha parassiti temibilissimi allo stato di plantula. L’usare meno seme non è una moda, ma è un modo di diminuire i costi, inoltre anche se si usasse più seme il problema della salvaguardia del raccolto rimarrebbe. Infatti nel passato si disinfestava prima il terreno con prodotti clorurati (ambientalmente e tossicologicamente molto negativi) e poi all’emergenza della plantule si doveva intervenire a pieno campo (spesso non solo una volta) con irrorazioni di organoclorurati o esteri fosforici che non rispettavano nessun vivente. Rifiutare anche i prodotti più recenti e a bassissimo impatto ambientale significa privare l’agricoltura di una serie di presidi sanitari utili a tutelare il prodotto senza alcun vantaggio concreto per il consumatore, che anzi subirà aggravi di prezzo dovuti al calo di produttività.

Alberto Guidorzi  
Agronomo. Diplomato all' Istituto Tecnico Agrario di Remedello (BS) e laureato in Scienze Agrarie presso UCSC Piacenza. Ha lavorato per tre anni presso la nota azienda sementiera francese Florimond Desprez come aiuto miglioratore genetico di specie agrarie interessanti l'Italia. Successivamente ne è diventato il rappresentante esclusivo per Italia; incarico che ha svolto per 40 anni accumulando così conoscenze sia dell'agricoltura francese che italiana.




Luigi Mariani
Docente di Storia dell' Agricoltura Università degli Studi di Milano-Disaa, condirettore del Museo Lombardo di Storia dell'Agricoltura di Sant'Angelo Lodigiano. E' stato anche Docente di Agrometeorologia e Agronomia nello stesso Ateneo e Presidente dell’Associazione Italiana di Agrometeorologia.

 

39 commenti:

  1. C'è chi 10-15 gg prima per raccogliere il grano agisce irrorando di gliphosate le spighe.
    Oppure in Messico si fa il pieno di aflatossine perchè il campo di grano duro viene irrigato a comando raggiungendo rese di 50 q.li/ha.
    Più che altro bisognerebbe discipllinare il modus operandi internazionale più che vietare neonics e gliphosate, ma è troppo dispendioso e troppo salutare per la popolazione mondiale per chi dovrebbe fare da controllore?

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    Risposte
    1. @ anonimo (l'altro)
      ieri sentivo uno spot del mulino bianco decantare la crusca a foglia larga.
      direi che come consumatore sei pronto.

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  2. Nella pasta italiana non si sono MAI trovate aflatossine, forse si sbaglia col mais che però è gluten free.

    Per il gliphosate quando con accanimento lo si cerca allora lo si può anche trovare forse più per l'uso che se ne fa per seccare scarpate stradali e ferroviarie, ma in quantità ridicole, milioni di volte inferiori alla soglia minima di sicurezza. Tanto che la nota recente trasmissione televisiva allarmistico-scandalistica aizzaforcaioli pro-spot et stipendio suo ha dovuto, obtorto collo, riconoscere che per avere un comunque improbabile effetto sull'uomo una SINGOLA persona dovrebbe mangiare 500 kg (5 q.li) di pasta AL GIORNO (sarebbe bello che qualcuno ci provasse, così tanto per entrare nel Guinness dei Primati - primati nella doppia accezione)

    Forse anche qui però si confondono le colture: i bagni di gliphosate con aerei li fanno sulla Soia, soprattutto in Centro e Sudamerica...però vuoi mettere un bel piatto di sano tofu vegano ?

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  3. o sapiente, quanto glyphosate ci arriva da quelli che "irrorano"?
    e quante "aflatossine" irrigate?
    cos'è, un altro comunicato della Coldiretti?

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  4. Alessandro Cantarelli2 novembre 2017 17:52

    L'articolo getta luce sulla nebulosa disinformativa che attraversa i media. Spiace constatare che anche la giornalista Milena Gabanelli che in questi giorni appare come vittima del sistema, si siano prestata a suo tempo, nelle puntate dedicate alla moria delle api anziche' agli ogm, al gliphosate e all'agroalimentare, a presentare dati privi di fondamento. Agrarian Sciences e' testimone delle mancate risposte a quesiti specifici, da parte della sig.ra. Piuttosto, delle risultanze della rete ministeriale APE.NET si puo' dire qualcosa?

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    1. Alessandro Cantarelli4 novembre 2017 10:28

      La rete di monitoraggio Apenet (senza il puntino, tutto attaccato), fu istituita dall'allora ministro all'agricoltura Zaia (quello che appoggia gli attivisti di Greenpeace nel distruggere i campi degli agricoltori italiani non allineati alla lobby ambientalista) per verificare negli anni lo stato di salute delle api, e gli effetti dei neonics, allo scopo di tranquillizzare un settore apicolo allarmarto. Ripero: questa iniziativa ha portato ad acquisire dati interessanti? Perche' se ai veneti sta bene buttare 14 milioni di € per un referendum inutile, al restante Paese non gliene importa nulla. I soldi ministeriali sono invece di tutti. Gli apicoltori, sempre cosi' attivi a lanciare allarmi su un imminente cataclisma apicolo, hanno effettivamente beneficiato delle risultanze di apenet?

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  5. Ma sopratutto qualche sapientone ci dovrebbe spiegare quali proprietà chimico-fisiche deve possedere la granella di grano biologico per distinguerlo dal grano duro convenzionale.
    Sono sicuro che il grano duro italiano valga i 37€/q.le e che quello importato valga sicuramente meno.
    Dopotutto la distinzione viene fatta dalle borse merci italiane, ma nessuno dico nessuno che fa leggi si è posto il problema di regolamentare queste basilari operazioni di mercato, ah giusto le speculazioni altrimenti non esisterebbero..e allora continuiamo a prenderci in giro!Come dice Martina bisogna dare il buon esempio cioè passare da bischeri!

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  6. Alberto Guidorzi2 novembre 2017 18:38

    Anonimo
    Circa il tuo primo quesito la risposta è semplice NESSUNA. Infatti la certificazione non certifica le caratteristiche del prodotto, se ne guarda bene dal farlo in quanto non saprebbe dove trovarle. La certificazione biologica è una certificazione che afferma che si è seguito un percorso tecnico agronomico e basta, cioè senza concimi di sintesi e senza pesticidi non compresi nella lista ammessa. In altri termini anche loro usano pesticidi (parlo in generale e non sul caso specifico del grano duro).
    Circa le tue affermazioni successive, condivisibili tra l'altro, c'è da non tralasciare un fatto obiettivo: noi produciamo il 6o% del grano duro che ci occorre e quindi l'altro 40% dobbiamo importarlo (ti ricordo che il grano duro è il 5% della produzione totale di frumento, cioè dobbiamo sottostare al mercato internazionale. Se fossimo autosufficienti allora potremmo anche dipendere solo dal mercato interno, ma questo non è possibile. Tra l'altro ti faccio notare che per produrre autosufficientemente occorrerebbero anche varietà italiane, ma queste non ci sono e la genetica manca.

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  7. Bisogna sottostare al mercato internazionale che non si basa sulle caratteristiche del prodotto? e allora la scienza è ridotta male e pure quei coglioni dei consumatori che comprano i trasformati.
    Ma che li comprano a fare? ah giusto! dimenticavo che la maggioranza sono dei borghesi ignoranti. Quindi a che mi serve sapere come scientificamente stanno le cose? A NULLA!
    A cosa mi serve essere un buon agricoltore/agronomo? A NULLA!
    Oggi bisogna far parte/assecondare le lobby ambientaliste per essere un buon imprenditore: è la realtà dei fatti!

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    Risposte
    1. Alberto Guidorzi3 novembre 2017 00:30

      Ad onor di verità i pastai comprano all'estero grani duri con contenuto di proteine maggiore, perchè i nostri grani non sempre lo hanno in misura sufficiente.

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    2. Basterebbe che i pastai ci dicessero di seccare artificialmente il grano con gliphosate, siamo capaci anche in Italia eh, così le proteine sarebbero maggiori. Curioso che nel 2017 ci siano queste difficoltà di comunicazione: è chiaro come il sole che quella dei pastai è una scusa bella e buona!

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  8. Limiti gliphosate nel grano 10 ppm = 10 milligrammi/kg (Min sanità)

    Scoop noto sito webete fideistico-ignorante allarmistico-scandalistico pro domo loro "c'è anche nella pasta 100% grano italiano, i "nostri (??)" laboratori hanno trovato 0.017 ppm...

    Un po' di vergogna, no, eh?

    Ieri hanno pulito i vetri nelle scale condominiali col Vetril...è probabile che se la cerco accanitamente troverò ammoniaca nell'aria della camera da letto a 0.0001 scarso ppm. Che faccio obbligo l'amministratore a convocare assemblea urgente?


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  9. Alberto Guidorzi3 novembre 2017 12:18

    Anonimo

    No. Obiettivamente le varietà canadesi che propongono sul mercato italiano hanno contenuti proteici mediamente maggiori per una selezione genetica apposita e una concimazione azotata più tardiva. Le proteine non c'entrano un'acca con l'essiccamento con il gliphosate: o ci sono o non ci sono.

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    1. va beh il concetto non cambia: è possibile operare così anche in Italia, ma probabilmente alle lobby ambientaliste fa comodo che non si operi così.

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    2. Alberto Guidorzi3 novembre 2017 19:11

      Anonimo

      le lobby ambientaliste ne approfittano per dare un messaggio a metà. Esse invece dovrebbero dire che con delle varietà adeguatamente selezionate (ma bisognerebbe far rinascere il miglioramento vegetale nazionale del grano duro)anche noi saremmo capaci di fare frumenti duri come e meglio dei canadesi e facendolo, tra l'altro, asciugare il prodotto al sole del Mediterraneo e senza essicatoi. Faccio notare che il grano duro è venuto molto prima del grano tenero e questo ha fatto la sua fortuna a Nord del bacino del Mediterraneo, confinando il grano duro alle zone antistanti il "mare nostrum". I romani hanno fatto la guerra ai Cartaginesi appunto per avere libero accesso al fumento della Sicilia e poi delle Libia e dell'Egitto. Quindi la zona di elezione del grano duro sono le nostre terre e il farci bagnare il naso da paesi che non hanno mai visto il frumento se non agli albori del XIX sec. è solo colpevole (altri colpevoli non ce ne sono. Ho appena spiegato come il Nord America ha conosciuto il frumento.

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    3. Scusi Sig. Guidorzi ma dire che venga effettuata una concimazione azotata più tardiva è strettamente dipendente dal fatto che distribuisco gliphosate sulle spighe accorcio i tempi di maturazione del chicco.La varietà precoce seccata con gliphosate diventa automaticamente più precoce della stessa varietà seccsts sl sole.

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    4. Alberto Guidorzi4 novembre 2017 15:44

      Non so se ne sei al corrente ma la pratica consigliata dove si coltiva grano duro al Nord/Italia è quella di dilazionare il quantitativo di azoto che occorre dare in due o tre somministrazioni, fino ad arrivare a distribuire l'ultima frazione a fine aprile. Con questa pratica si evita la bianconatura si aumenta il tasso di proteine e il ciclo rimane immutato. Per il resto non hai per nulla chiaro le condizioni nelle quali in Canada se occorre si interviene con il gliphosate. Non si interviene per essiccare la spiga e di conseguenza la cariosside, bensì per essiccare la parte dello stelo negli internodi mediani e basali che per la copertura che viene effettuata e per un sole con irradiazione sempre più obliqua non riescono a seccarsi (ti faccio notare che il gliphosate è sistemico e viene traslocato in tutta la pianta). I quelle condizioni se si trebbia o si intasa la trebbia oppure si umidifica uleriormente la cariossside. Anche in Italia la cariosside è matura ben prima della trebbiatura (infatti alla cariosside è da tempo che non arriva più nessuna sostanza nutritiva perchè l'ultimo internodio è ormai secco e turato da tempo) solo che con il sole che abbiamo preferiamo trebbiare quando quando questa ha il 12/13% di umidità.

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  10. Il gliphosate blocca i processi vitali, non accorcia nessun ciclo biologico, li interrompe. La fase di accumulo e maturazione si svolgono in Italia in primavera, in Canada in estate. Chiudere anticipatamente questa fase di maturazione "cerosa" sarebbe come simulare artificialmente una violenta "stretta" con conseguenze decisamente negative per resa e qualità. E' solo nell'ultimissima fase di asciugamento con progressiva perdita di umidità della granella dopo la chiusura della traslocazione con la maturazione fisiologica che avrebbe senso un'asciugatura "chimica". Ma certo non in Italia e nel Mediterraneo, o in Arizona, o in Messico, dove già a fine maggio-giugno non mancano certo i gradi termici naturali, anzi, e invece mancherebbe sicuramente un qualsivoglia recupero economico della inutile spesa .

    Quindi chi accusa le paste 100% grano italiano di contenere gliphosate è procacciatore di bufale diffamatorie in cerca di scoop mediatici e visibilità politica da post-verità scandalistica un tanto al kilo

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  11. Allora cosa aspettiamo a fare concimazioni tardive ed utilizzare varietà più proteiche? In un mondo globalizzato non dovrebbe essere così difficile trovare la varietà più adatta alla "stretta" del clima del sud Italia. Invece le lobby ambientaliste cercano in tutti i modi di escludere le varietà OGM e gli aiuti dati dai prodotti di sintesi, affossando le rendite agricole in Italia.

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    Risposte
    1. Alberto Guidorzi4 novembre 2017 15:55

      Anonimo

      1° La genetica italiana non produce varietà più proteiche er la ragione è lunga da spiegare. 2° non possiamo seminare da noi delle varietà primaverili quali sono quelle selezionate per gli ambienti nordamericani, al massimo possiamo fare affidamento sulla genetica francese e dai primi risultati queste renderanno sempre più difficile la sopravvivenza di chi prepara sementi in Italia, solo che queste non sono altamente proteiche (tra l'altro è importante anche il tipo di glutine che si produce) 3° gli OGM nel frumento non esistono e nessuno farà sforzi per farli in quanto è molto difficile farli e le varietà OGM non si proteggono in quanto specie autogama. Li faranno quando riusciremo a creare grani ibridi. Le rendite agricole in Italia si affossano perchè produ

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    2. Incredibile come alla fine si casca sempre lì, che in Italia non si fa selezione per del materiale adatto a noi. Mi incuriosisce come si sia arrivati a due sistemi così differenti tra Italia e Francia.

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    3. Alberto Guidorzi7 novembre 2017 23:07

      Andrej
      Te la spiego così: La Francia è sempre stato un paese esportatore di derrate e la sua struttura agricola era tale per cui vi è sempre stata, nel complesso, più imprenditorialità che in Italia nei suoi agricoltori. Essi hanno quindi sempre visto con occhio interessato il miglioramento genetico. Inoltre in quanto attività esportatrice l'agricoltura ha sempre goduto di buon occhio da parte della politica. In questo contesto essa ha preservato una ricerca pubblica attiva, INRA ad esempio, ed una industria sementiera privata vivace.

      Noi invece per un certo tratto abbiamo fatto come la Francia primi 60/70 anni del secolo scorso, poi la professionalità e l'imprenditorialità in agricoltura è andata via via calando perchè non abbiamo adeguato le strutture agricole (oggi: 7 ettari l'azienda agricola media italiana, 70/80 ettari quella francese). Inoltre dato che spendevamo molto denaro pubblico in mille rivoli non ve n'era per mantenere le nostre strutture di ricerca in agricoltura e questa piano piano si è liquefatta. La nostra industria sementiera è sempre stata polverizzata e non ha innovato e quindi piano piano è sparita. La cosa è stata facilitata anche perchè il peso elettorale del settore agricolo è andato man mano calando o si è mantenuto con elargizione di sovvenzioni fine a se stesse e non strutturali. Oggi siamo al punto che ci vantiamo del nostro agroalimentare, ma non ci accorgiamo che lo facciamo importando tecnologia altrui (sementi o razze animali) e gran parte della materia prima per farlo.

      Tuttavia dato che conosco bene la Francia ti posso dire che temo che anche loro ultimamente abbiano imboccato la nostra strada di autodistruzione (certo loro partono da livelli molto alti e quindi ci vorrà tempo per distruggere). Tuttavia il rincorrere l'ecologia politica radicale la sta portando a penalizzare le loro strutture agricole produttive. Un dato di conferma lo troviamo qui: 15 anni fa la Francia era il secondo esportatore di derrate agricole dietro gli USA , oggi passata al 5° posto ed il secondo posto è occupato dalla Germania, che è diventato un colosso agricolo dopo la riunificazione in quanto le terre agricole erano ad est.

      Intendiamoci è un'analisi questa che ha molti limiti e non tocca tanti altri aspetti, comunque penso che ti dia almeno il senso di come sono evolute le cose.

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    4. Interessante dato quello della Germania. 2a in termini di fatturato o quantità? E in Germania la ricerca com'è messa?

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    5. Trovo comunque anche la virata ecologista francese molto più coerente di quella nostrana, infatti anche il biologico lì gode di un'attività di ricerca e di riflessione più seria. Personalmente sono d'accordo sull'inopportunità che un sistema produttivo meno efficiente riceva fondi pubblici, però penso che la ricerca può dare margini interessanti di "riduzione del danno", margini che da noi non si studiano e non si perseguono. Anche sul fronte delle colture accessorie (cover crops catch crops ecc) ho visto che si fanno lavori allucinanti e anche le srmentiere in effetti stanno dietro, da noi si finanzia l'agricoltura conservativa ma poi sulla ricerca tutto è vago.

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    6. E un'ultima domanda:quanto costerebbe e quanto ci renderebbe, a livello di Nazione, il dotarci di un apparato di ricerca in agricoltura sul modello francese?

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    7. Alberto Guidorzi11 novembre 2017 00:17

      Andrej

      1° in termini di esportazioni

      2° Gode di riflessioni perchè le strutture di ricerca sono molto più numerose, tuttavia anche in francia non vi è nessuno che ricerchi varietà nuove adatte al biologico, si ricorre a vecchie varietà rustiche (ormai solo interessanti per il germoplasma) ma che penalizzano comunque produzione. Tuttavia in una annata disastrosa per i cereali come il 2016, il biologico è stato molto più penalizzato del convenzionale. Insomma rispetto a noi i francesi hanno una creazione varietale più attiva da tempo ed una organizzazione di ricerca maggiore e quindi loro dimostrano di fare di più ( ma è più fallout che sostanza), noi non abbiamo più niente in fatto di varietà (salvo i frumenti di anteguerra o di un secolo fa che però non si sa più cosa siano) e quindi non facciamo niente. Alcune Università per dimostrare che lavorano titano fuori lavori che sono un obbrobrio scientifico. I biologico i francesi usano ad esempio il Soissons (una varietà del 1988) ed il REnan (che ha subito più modifiche genetiche quello che di ogni OGM) Su cover crops catch crops ecc invece come fai notare tu ci lavorano e noi le importiamo.

      3° Una cifra ormai impossibile perchè non esiste più ricerca pubblica e nemmeno una industria sementiera. La concentrazione avvenuta in agricoltura (sementi e chimica) poi rende impossibile anche il solo tentativo.

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    8. E vista la situazione, cosa si potrebbe realisticamente ottenere con una politica agraria che sia degna di tal nome? Penso che qualcosa di ricerca ci sia ancora, il lato su cui secondo me siamo particolarmente carenti è il trasferimento della ricerca presso gli operatori.

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    9. Alberto Guidorzi11 novembre 2017 22:54

      Andrej

      Hai centrato il problema è il trasferimento della ricerca che manca, cioè nella gran parte degli agricoltori manca la formulazione di aspirazioni tecniche da trasmettere alla ricerca e orientarla. Questa quindi non ha ben chiaro la graduatoria delle esigenze e perciò brancola. Io traduco questo come mancanza di professionalità di molta parte degli operatori agricoli italiani che non hanno superato la fase di manovali dell'agricoltura per passare alla fase imprenditoriale. D'altronde, però, con 7 ettari di superficie media è difficile che ciò avvenga. Quando sono interpellato in questo campo racconto l'esempio della bietola da zucchero in Italia ed in Francia, Coltura che ho seguito a partire dagli anni '60. Nel 1980 la Francia produceva 75 q/ha di zucchero bianco noi ne producevamo tra i 40 ed i 50. I Francesi, che esportavano zucchero, hanno introitato che con queste loro produzioni erano destinati a soccombere di fronte all'evoluzione socio-economica della coltura della canna da zucchero. Gli Italiani invece, dato che il settore aveva ancora un indotto economico importante ( era l'unica agroindustria strutturata)pretese dalla politica di essere sovvenzionata adducendo a motivo (avevano delle ragioni ambientali, ma non esistevano solo quelle)le difficoltà intrinseche esistenti. Anche in Francia pretesero che la politica li aiutasse, ma la filiera usò gli aiuti per crescere e innovare sia industrialmente che agronomicamente. L'Italia si accontentò di tesaurizzare gli aiuti pubblici. Ebbene nello spazio di 20 anni i francesi arrivarono a produrre 130 q/ha di zucchero, mentre noi italiani arrivammo a malapena a 60/70. Non potevamo pretendere di arrivare a 130 come i Francesi, ma a 100 ci si poteva arrivare. Quale fu la ragione per cui ciò non avvenne? Fu appunto il non passaggio delle innovazioni messe in atto dalla ricerca verso l'applicazione concreta in campagna, eppure ti assicuro che allora di ricerca se ne faceva, associazioni bieticole e società saccarifere avevano tutte dei centri studi al punto che la ricerca pubblica era a rimorchio di questa ricerca privata. Conclusione;nel 2006 noi chiudemmo i 3/4 degli zuccherifici e gli agricoltori abbandonaro la coltivazione, mentre i francesi ampliarono i loro siti di trasformazione ed i coltivatori aumentaro a tal punto le loro performaces produttive che, visto che per i prestatori di capitale questa industria era considerata matura e vi investivano poco, che comprarono loro gli zuccherifici e li fecero funzionare. In altri termini i fondi per la ricerca in Italia non produssero risultati in quanto si preferì tesaurizzare ciò che lo Stato e la CEE dava, mentre in Francia innovarono aumentando la competitività.

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    10. Che tristezza. La croce, però, secondo me non è da gettare addosso solo agli agricoltori. In un articolo a mio avviso molto interessante (https://www.cahiersagricultures.fr/articles/cagri/pdf/2017/01/cagri160188.pdf) si analizzano in chiave sociologica le ragioni del fallimento del Plan Ecophyto che mirava a una riduzione del 50% dell’utilizzo di fitofarmaci e vide invece un aumento del 5%. Si dice: “Questo ruolo chiave giocato dai pesticidi è rafforzato dal sistema di consulenza. Nel quotidiano, gli agricoltori sono perlopiù consigliati dalle imprese che commercializzano input: è questa attività, in particolare quella dei pesticidi, a finanziare una consulenza di prossimità. Si capisce bene che una consulenza tecnica annessa alla vendita di input privilegia, in linea generale soluzioni semplici (un problema, un input) piuttosto che i metodi agronomici preventivi, più complessi da mettere in opera e di efficacia meno diretta. Una ricognizione dei temi trattati dalla stampa agricola nazionale in tema di riduzione dei pesticidi nei seminativi conferma che la comunicazione sulla riduzione dell’utilizzo verte perlopiù sul miglioramento delle modalità d’uso dei trattamenti, specialmente mediante “strumenti d’aiuto alla decisione” piuttosto che sui mezzi di prevenzione, in particolare la combinazione tra tecniche complementari nei sistemi colturali”. Io credo che la situazione, in questo senso, sia tanto più pesante in Italia perché
      1. gli enti pubblici o semi/parapubblici da noi non fanno in genere consulenza di prossimità
      2. Le aziende sono più piccole e le conoscenze tecniche sono spesso più labili; si fidano da una vita di chi gli vende i prodotti. Spesso questi tecnici sono persone di una certa età non in grado di aggiornarsi autonomamente
      3. secondo uno sport tipicamente italico, che è quello di occupare quante più careghe possibile, non curandosi dei potenziali conflitti d'interesse, ci sono esponenti di importanti associazioni sindacali agricole che siedono nei cda di consorzi agrari e altri fornitori di input. Credo quindi che non ci sia nessun interesse a promuovere efficaci tecniche di riduzione degli input.

      Senza contare delle difficoltà di fruire delle innovazioni magari altrui: se io voglio acquistare una varietà francese che mi pare interessante e al consorzio non ce l'hanno, è complicato procurarsela, esistono numerose strozzature al libero mercato, e sì che siamo tutti in Europa.

      Io non lo so, sinceramente, se sia possibile un’agricoltura ad alto contenuto tecnologico che non ha bisogno di contributi pubblici, sono sicuro però che nessuno stia cercando di rendere questi contributi meno necessari; a mio avviso le uniche misure che puntano davvero allo sviluppo dell’agricoltura e dei territori (che in Italia è piccola e quindi bisogna tenerlo in considerazione) nei PSR sono quelle a sostegno di chi forma filiere e cooperazione.

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    11. Alberto Guidorzi13 novembre 2017 01:14

      Hai detto cose perfettamente condivisibili.

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  12. Dibattito interessantissimo che andrebbe portato in televisione. Denuncio la mai ignoranza ma temi come questi sono importantissimi per tentare di modificare quanto meno il sentimenti nei confronti della agricoltura.
    Carlo Bussolati

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  13. 1) ll grano col gliphosate e le scale col vetril.
    Un triste clima di sfiduciato pregiudizio e di post-verità preconcetta è il principale responsabile che costringe il meglio dell’agroalimentare italiano a stare sulla difensiva dai tiri incrociati di un irrazionale fanatismo fideistico che si è messo pericolosamente alla guida di un populismo forcaiolo, che, se non ricondotto al più presto negli spazi di un confronto libero e razionale, per quanto anche aspro ma basato su dati reali, finirà per distruggere il benessere sociale accumulato in due secoli di approccio laico razionale scientifico.
    Da secoli la (ottima) pasta italiana si fa ricorrendo anche a importazioni di grano duro, lo ribadisce addirittura il disciplinare dell’unica IGP del settore (Gragnano), non c’è nessun segreto terribile, né tantomeno un fantasioso quanto ridicolo gombloddo. Ma spesso sono importazioni tecniche per mantenere il prestigio di una eccellenza riconosciuta nel mondo, mentre il grosso della materia prima rimane il frutto delle vocate campagne dell’Italia centro-meridionale e anzi oltre 50 marchi già offrono pasta 100% grano italiano.
    Con questo violento e incomprensibile clima di scontro cresce incontrollato invece il rischio di demonizzazione generalizzata di un prodotto sano, equilibrato, economico che stava conquistando il mondo e che con questi continui attacchi e fake-news rischia una pericolosa battuta d’arresto che inevitabilmente potrebbe deprimere proprio il settore primario agricolo nazionale che lo rifornisce.
    In particolare rischiano i piccoli e medi trasformatori del biologico che vendono soprattutto all’estero, confidando nella (giusta) buona fama conquistata negli anni dall’agroalimentare italiano ma che rischia di sciogliersi come neve al sole per colpa di questo incessante polemismo, poco comprensibile all’estero, azzerando la credibilità faticosamente conquistata.

    Come tanti ricorsi storici dopo un lungo periodo di benessere diffuso come mai prima nella Storia ( e crescita esponenziale dell’età media …) dovuto ad un illuminismo laico e razionale si sta sprofondando in un neomedioevo superstizioso fideistico-ignorante (il CIALTRONEVO) dove appunto hanno più credibilità pifferai magici di post-verità, gombloddisti fantasiosi e tutta una crescente torma di lanciatori di slogan allarmistici mestatori nel torbido

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  14. 2) Il Gliphosate nel grano e il Vetril per le scale

    Dopo l’inverosimile equazione micotossine = prodotto importato, recentemente scomparsa dalle cronache e forse frettolosamente ritirata per palese distorcimento della realtà che vede infatti anche la materia prima nazionale esposta alle naturali contaminazioni da funghi Fusarium (fortunatamente con frequenze e livelli generalmente bassi e comunque controllabili), ora la grancassa dell’allarmismo si è spostata sul Gliphosate.
    Ma, come per tante sostanze diffuse nell’aria, nell’acqua e nei cibi, anche per il gliphosate quando la mission è volerlo trovare e con accanimento lo si cerca, allora alla fine, con malcelata soddisfazione, lo si trova. Ma grazie soprattutto a tecniche analitiche sempre più incisive e raffinate, spesso i valori riscontrati sono infinitesimali, il più delle volte in quantità migliaia di volte inferiori alla pur prudenziale soglia minima di sicurezza. Il sospetto è che più di applicazioni dirette alla coltura possano essere la deriva dell’uso eccessivo che se ne fa per seccare scarpate stradali e ferroviarie oppure in caso di diserbi preventivi su sodo, ma comunque lontanissimi dalla raccolta e non sulla pianta che deve essere ancora seminata
    Riscontri però obiettivamente di nessun rischio per la salute tanto che si è dovuto evidenziare che per avere un comunque improbabile effetto sull’uomo una singola persona dovrebbe mangiare 500 kg (5 q.li) di pasta AL GIORNO (sarebbe bello che qualcuno ci provasse, così tanto per entrare nel Guinness dei Primati – “primati” nella doppia accezione)
    Insomma i limiti del gliphosate nel grano sono frutto della ricerca e dello studio di preparati ricercatori italiani ed europei recepiti dal Ministero della Sanità che li ha fissati a 10 ppm = 10 milligrammi/kg.
    Se nei pretesi scoop allarmistico-scandalistici che infestano FACEBOOK (e relativi preoccupati ed indignati rimandi virali) si grida “dalle al monatto”…perché “c’è anche nella pasta 100% grano italiano!!! I “nostri (??)” laboratori hanno trovato 0.01-0.3 ppm…”
    E allora? Dov’è il mostro avvelenatore? Cosa si dovrebbe serenamente rispondere? Come per il DON a 80 ppb di qualche mese fa, anche in questo caso ottima pasta direi, centinaia, migliaia di volte più sana dei già prudenziali limiti.
    Ieri hanno pulito i vetri nelle scale condominiali col Vetril…è probabile che, se la cerco accanitamente, troverò ammoniaca nell’aria della camera da letto a 0.01 scarso ppm. Che faccio, obbligo l’amministratore a convocare assemblea urgente per contrastare la teribbbile minaccia chimica?

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    1. Alberto Guidorzi8 novembre 2017 17:46

      Da chi sei pagato?

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  15. ???? Immagino "ironico"

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    1. Alberto Guidorzi9 novembre 2017 21:58

      Prima che telo dicesse un altro senza ironia te l'ho voluto dire io armato di un sacco di ironia!

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    2. In effetti, allora la dizione più in linea col web fideistico-ignorante sarebbe stata : "ki ti paaaaka ?"

      Oggi, allora, ho deciso che mi faccio pakare dall'INPS !

      Eh già, SignoraMia, dopo aver saputo che "quelli" ci avvelenano con

      0.1 ppm di gliphosate
      0.001 ppm di ammoniaca
      0.0001 ppm di deossinivalenolo

      mi son fatto prestare dall'Uomo ragno che abita sul mio stesso pianerottolo il termometro quanticoipersensibile a neutrini del Gransasso e...ta taaàà

      36.5000000000001 °C

      E' un po' sotto i limiti, ma si sa i medici fanno parte del gombloddo e quindi HO LA FEBBRE ! Sono malato e al lavoro non ci andrò! TIE'

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  16. Alberto Guidorzi9 novembre 2017 23:34

    Oggi è stato pubblicato questo studio;

    https://academic.oup.com/jnci/article-abstract/doi/10.1093/jnci/djx233/4590280

    in cui si dice che il gliphosate non è cancerogeno!

    Questo studio ha una storia che rende ragione del perchè io e Luigi Mariani abbiamo parlato di imbroglio.

    Ve la racconto: lo studio oggi pubblicato, in realtà era pronto ben prima che lo IARC prendesse la decisione di dichiarare il gliphosate "probabilmente cancerogeno" (classifica 2A) ed i contenuti erano conosciuti dai membri dello IARC che stavano prendendo la decisione di cui sopra. Tuttavia il lavoro non fu preso in considerazione in quanto esso era in attesa di pubblicazione, ma non perchè ci fossero dubbi sulla sua validità, bensì perchè la rivista che lo doveva pubblicare non aveva spazio. Ma che coincidenza!

    Chi presiedeva la riunione dello IARC allora era Aaron Blair che successivamente fu chiamato a testimoniare nel processo californiano conosciuto come Monsanto Papers e che non è altro che una class-action intentata da avvocati patrocinanti ammalati di cancro e che tentano di farsi pagare indennizzi per i danni prodotti dal diserbante della Monsanto. Notate che il brevetto è scaduto nel 2001 ed oggi vi sono nel mondo 90 produttori di gliphosate.

    In questa occasione Aaron Blair era chiamato a testimoniare sotto giuramento e quindi dovette rispondere alla seguente domanda: Se il lavoro di cui sopra fosse stato preso in considerazione dallo IARC prima di emettere il verdetto di cancerogenicità, il giudizio sarebbe stato lo stesso? Aaron Blair ha risposto candidamente che probabilmente il verdetto sarebbe stato di "NON CANCEROGENICITA'"

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  17. Alberto Guidorzi10 novembre 2017 15:02

    Altra articolo che vi invito a leggere è un'intervista al tossicologo Angelo Moretto da parte di Donatello Sandroni.

    http://agronotizie.imagelinenetwork.com/difesa-e-diserbo/2017/11/07/due-temi-scottanti-in-una-sola-intervista/56269?utm_campaign=newsletter&utm_medium=email&utm_source=kANSettimanale&utm_term=603&utm_content=3514

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