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venerdì 16 febbraio 2018

Storia di alcune piante esotiche - il chinino, la teriaca della modernità.

di ALBERTO GUIDORZI

 
Acque toniche, tutte a base di chinino


La scoperta del Nuovo Mondo determinò nel Vecchio Mondo una rivoluzione non solo alimentare ma anche in fatto di medicine. Inoltre la cultura europea era ancora impregnata della farmacopea del mondo greco, la quale aveva inculcato l’idea che esistesse “l’antidoto” per eccellenza e cioè una sostanza dotata di virtù magiche e in grado di guarire ogni male.
A questo proposito, a noi del XXI sec. non è permesso ridere più di tanto di questa credenza in quanto anche noi oggi abbiamo chi crede che il cibo biologico o biodinamico li preservi da tutti i mali. Tuttavia dobbiamo dire che i greci non erano così sprovveduti, in quanto inizialmente l’antidoto ricercato era solo per curare il morso delle “fiere velenose” ed infatti gli avevano dato il nome di “therion” che in greco significa “vipera”. E’ da qui infatti che deriva il nome di “teriaca o triaca” che nel Rinascimento aveva la valenza di rimedio universale. In particolare Venezia aveva costruito una fortuna sulle sue “spezierie” che preparavano triache con sostanze provenienti dall’Oriente, per cui la scoperta dell’America fu un duro colpo per la Repubblica.
Un elenco assai parziale di questi elettuari da un’idea della loro numerosità: il balsamo di tolù (antispasmodico), il guaiaco (antilinfatico), l’ipèca (antidissenterico e vomitivo), la gialappa (oggi pianta ornamentale, ma in antico un purgativo)
Nel Vecchio Mondo si conviveva da secoli con la malaria che si faceva più o meno virulenta in funzione dell’impaludamento dei terreni o della loro bonifica. La prima era tipica dei periodi di guerra o di gravi carestie che facevano precipitare la demografia e la seconda dei periodi di pace. Inoltre, ma con lassi di tempo più ampi, questo andirivieni erano anche legati ai periodi climatici che la storia c’insegna essersi susseguiti. Gli impaludamenti era maggiori quando sopravveniva un’era fredda (minori produzioni, difficoltà di regimazione delle acque e cali demografici) rispetto a quando si instaurava un’era calda. Di queste evoluzioni ci parla la storia e sarebbe bene che si riflettesse sul fatto che non dipendessero dai comportamenti dell’uomo, come si tende a dare troppo facilmente per scontato al giorno d’oggi.
Il rimedio alla malaria ci è giunto proprio dal Nuovo Mondo dove gli indiani Quechua, attualmente considerati gli eredi degli incas e che abitano nelle nazioni dell’America meridionale prospicienti il Pacifico, chiamavano “quinaquina” la scorza polverizzata dell’albero di china e con questa polvere di scorza curarono anche i conquistadores, seppure questi li sterminassero senza pietà. La conquista del Perù, nazione dove l’oro abbondava (e da qui il detto “vale un perù”) fu conquistato nel 1513 e qui vegetava l’albero dalla cui corteccia polverizzata si ricavava il rimedio antifebbrile. Tuttavia delle virtù febbrifughe della polvere in Europa se ne parlò solo dopo più un secolo per opera del missionario Pedro de Calancha, il quale nel 1633 dette notizia sull’albero della febbre del paese di Loxa o Laxa. Una leggenda precolombiana, a cui si aggiunge l’altrettanto racconto leggendario di Sebastiano Bado, parlava di una foresta che a causa di un sisma sprofondò in un lago le cui acque divennero perciò curative degli stati febbrili, mentre il racconto di Bado raccontava che uno sciamano riuscì a guarire, con la polvere di corteccia di questo albero, la contessa Ana de Osorio Chinchon, moglie del viceré del Perù. Sulla base di questo episodio il nome dell’albero divenne Cinchona e venne classificato nella famiglia delle rubiacee (così chiamata perché vi si trovano le piante che danno il pigmento rosso). Le due specie più usate per l’alto contenuto in chinino sono la C.ledgeriana o china gialla e la C. succirubra o china rossa. La Contessa sarebbe poi tornata in Europa e recandosi a Roma consegnò al cardinale spagnolo Juan de Lugo questa polvere miracolosa. Tutto questo tuttavia non risulta dagli scritti del viceré Luis Jerónimo de Cabrera, coniuge della contessa, ritrovati nel 1930. In ogni caso il cardinale de Lugo fu uno strenuo diffusore della polvere di quinaquina ed essendo lui un gesuita, il medicinale si chiamò anche “polvere dei gesuiti”. Peraltro il cardinale de Lugo consigliò ai missionari gesuiti di fare commercio di tale polvere onde procurarsi i mezzi economici per difendere le tribù indigene del Centro e Sud Amercia.
Il Cardinale de Lugo raccomanda la polvere al cardinale Mazzarino in Francia mentre Oltremanica Oliver Cromwell rifiuta questa polvere papista e muore di malaria, contratta sul Tamigi durante la fredda “piccola era glaciale”! Ciò da un lato ci dimostra che zanzara anofele e malaria fossero tradizionali da noi molto tempo prima che si sentisse parlare di global warming e dall’altro mostra come il rifiuto dei vaccini riecheggi errori più volte compiuti in passato.
Visto poi che oro, argento e mercurio iniziavano a scarseggiare nel Nuovo Mondo, gli spagnoli decisero di puntare sulle nuove piante coloniali per continuare ad incassare proventi e cercarono inoltre di proteggersi dalla concorrenza proibendo l’esportazione i semi. Questo protezionismo sarà poi mantenuto quando ormai l’impero coloniale spagnolo venne meno e le nazioni dell’America latina diventarono indipendenti. Tuttavia, come è sempre capitato, le frontiere non hanno mai rappresentato un ostacolo assoluto e quindi vi è da pensare che dei semi siano stati trafugati, solo che ogni tentativo di acclimatazione della pianta naufragò miseramente.
Solo nel 1861 l’australiano Charles Ledger avvicina il boliviano Manuel Incra Mamanì che oltre a consegnargli 20 semi gli fornisce anche 29 kg di polvere di corteccia. qui) I semi furono pagati con l’equivalente di 20 €. La stessa cifra che nel 1623 gli olandesi pagarono per acquistare Manhattan. Tuttavia il povero indio boliviano pagò cara la collaborazione con l’australiano, durante un viaggio di raccolta di semi nel 1871 fu arrestato, imprigionato e picchiato selvaggiamente dalla polizia. Un pestaggio fu mortale. Ledger cerca di vendere i semi agli inglesi, ma questi, forti dell’esperienza precedente di un insuccesso nell’acclimatazione nei loro possedimenti, rifiutarono di comprare. Gli olandesi invece non se lo fecero ripetere due volte, acquistarono 150 g di sementi e acclimatarono la nuova pianta a Java. La pianta giavanese mantenne il nome del genere botanico, ma cambiò quello della specie in “ledgeriana” e il successo arrise talmente a questo tentativo di acclimatazione che gli olandesi riuscirono con le loro produzioni a monopolizzare il commercio di questa polvere fino al 1930. Il 97% del chinino che arrivava in Europa proveniva dalle piantagioni giavanesi. Peraltro Ledger non si fermò al chinino, ma portò in Australia anche i due animali andini quali l’alpaca e il lama.
Comunque occorre arrivare al 1820 perché due chimici francesi (Joseph Pelletier e Joseph Caventou) riuscissero ad isolare dalla polvere dei gesuiti un alcaloide ch sotto forma di solfato venne chiamato “Chinino”. Essi isolarono anche altri alcaloidi quali la quinidina e la cinconina e sono gli stessi che hanno ricavato la stricnina dalla “fava di sant’Ignazio” (Strychnos nux vomica) e la clorofilla dalle foglie verdi. Nel 1862 l’inglese William Henry Perkin, a soli 18 anni volle trovare un’altra via per estrarre il chinino e per un errore di manipolazione si trovò tra le mani un sostanza di un color violetto suntuoso, la “mauveina” (nome derivato dal colore del fiore di malva) detta anche “porpora di anilina”, cioè il primo colorante sintetico ad essere ottenuto. Il Perkin brevettò procedimento e prodotto creando una fabbrica la cui produzione veniva venduta come “polvere di Tiro”, nome con cui nell’antichità era nota la porpora, estratta da un mollusco marino, il murice.
Ritornando al febbrifugo chinino, possiamo dire che della malaria non era ancora sconosciuta l’eziologia. Il primo ad intuire l’influenza delle zanzare che ronzavano nei luoghi paludosi fu il medico romano Giovanni Maria Lancisi mentre la scoperta del “plasmodio” nel sangue dei malati fu opera del medico militare francese Alphonse Charles Leveran che operava a Costantina in Algeria.
Quando spiegò la sua scoperta all’Accademia francese di Medicina fu accolto con scetticismo. Leveran poi entrò all’Istituto Pasteur e poi in contatto con il medico inglese Ronald Ross, che, reduce dalla costruzione del Canale di Panama dove la malaria decimava gli operai , tra l’altro ormai l’albero della quinaquina era scomparso da quelle zone, comunicò che aveva scoperto che era la zanzara anofele che trasmetteva il plasmodio una volta infettatasi pungendo un malato. In realtà l’azione della zanzara anofele fu scoperta dall’italiano  Giovanni Battista Grassi. Solo che Il Ross seppe districarsi meglio nel far accettare che la primogenitura della scoperta fosse sua e per questo fu insignito del Premio Nobel nel 1902, mentre Leveran lo fu nel 1907. La battaglia contro la malaria ebbe un primo “soldato” che fu il chinino e un secondo “soldato” decenni più tardi che fu il DDT per combattere il vettore e di cui si è già scritto qui




Alberto Guidorzi
Agronomo. Diplomato all' Istituto Tecnico Agrario di Remedello (BS) e laureato in Scienze Agrarie presso UCSC Piacenza. Ha lavorato per tre anni presso la nota azienda sementiera francese Florimond Desprez come aiuto miglioratore genetico di specie agrarie interessanti l'Italia. Successivamente ne è diventato il rappresentante esclusivo per Italia ; incarico che ha svolto per 40 anni accumulando così conoscenze sia dell'agricoltura francese che italiana

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