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venerdì 28 settembre 2018

CARNE E GEOGRAFIA PLANETARIA

di ANTONIO SALTINI


Bambino Maasai.

Le più vive congratulazioni al prof. Bertoni per l'articolo sulle menzogne sulla carne, che condivido pienamente permettendomi, nell' icondizionata adesione, una nota integrativa.
Sul Pianeta sussistono 1,5 miliardi di ettari di terre arabili, da cui si ricavano tanto gli alimenti vegetali quanto quelli lattiero-caseari, che, data la contrazione, per reintegrare le superfici sottratte agli arativi dalla generale cementificazione, dei pascoli di elevata fertilità, costituiscono, ormai, produzione pressoché esclusiva dei campi arati, destinati, in misura ingente, alla produzione di foraggi, dalla medica al mais, dai trifogli alle graminacee foraggere.
Oltre agli arativi la superficie agroforestale del Pianeta comprende, peraltro, 3,4 miliardi di ettari di savane, tundre e steppe predesertiche, di alcune delle quali è stata tentata la conversione in arativi col risultato, salvo la disponibilità di acqua (una disponibilità in irreversibile contrazione) della loro conversione in deserto.

Per ogni ettaro di arativo l'umanità dispone, quindi, di quasi tre ettari di tundre e steppe, dove arature, semine e irrigazione costituiscono meta del tutto chimerica. E' un dato che non ho mai veduto citato da vati e ciarlatani delle agricolture non convenzionali, compresi i millantatori (che, come cattolico, mi duole menzionare) il cui verbo è ripetuto, con la precisione del pappagallo, dall'attuale Pontefice.
Sciaguratamente in Italia non viene più insegnata la geografia: tutti i plagiati dagli imbonitoti "bio" ignorano dove si distendano le sconfinate distese di steppe e brughiere. Negli atlanti redatti da autentici geografi sono perfettamente distinguibili, peraltro, dal colore, dalla Russia settentrionale all'intera Asia centrale a forse metà dell'Africa.
Sul piano alimentare si può sfidare qualsiasi guru delle agricolture "eteronome" (generalmente presuntuosi idioti privi di qualunque cognizione storica, geografica e biologica) a dimostrare che gli abitanti di queste sconfinate superfici (praticamente, esclusi arativi e foreste, la totalità delle terre emerse non costituite da deserti e non ricoperte di ghiacci) a dimostrare che gli abitanti di queste aree possano disporre di alimenti diversi dai prodotti della pastorizia nomade: carne e latticini ricavati da razze bovine dalla produttività irrisoria, da pecore, capre e cammelli.
Quante creature umane vivono nelle aree dove la pastorizia nomade costituisce l'unica risorsa alimentare? Supponiamo due miliardi, comprendendo le aree predesertiche regioni che dichiarare sovrapopolate è mero eufemismo: ricordiamo il caso dell'Altopiano etiopico. E mentre quelle popolazioni continuano a crescere, le produzioni del bestiame calano per il numero universalmente eccessivo dei capi allevati, di cui nessun governo asiatico o africano si è mai impegnato a imporre la riduzione: le popolazioni pastorali continuano, secondo tradizioni millenarie ma tragicamente irrazionali, ad allevare cento capi macilenti dove potrebbero vivere e produrre carne e latticini in quantità duplice o triplice la metà, o un terzo degli animali.
Prego il professor Bertoni di segnalare eventuali errori nei dati che ho assemblato, riconosco, da antichi appunti da fonti attendibili, ma che sarebbe stato opportuno sottoporre alle verifiche più accurate, e lo ringrazio per avermi offerto l'occasione di menzionare un problema ignorato, ma di rilevanza capitale per l'alimentazione futura della numerosa (forse ormai troppo) famiglia umana.




 
Antonio Saltini
Già Docente di Storia dell'agricoltura all'Università di Milano, giornalista, storico delle scienze agrarie. Ha diretto la rivista mensile di agricoltura Genio Rurale ed è stato vicedirettore del settimanale, sempre di argomento agricolo, Terra e Vita. E' autore della Storia delle Scienze Agrarie opera in 7 volumi.


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